Se i salari non crescono ci pensa il welfare

da Lug 10, 2026Dicono di noi

di Ilaria Mariotti*

È letteralmente esploso in un decennio. Una diffusione che andrà preservata mantenendo i tratti originali del modello italiano: beni e servizi, non semplice erogazione monetaria, a copertura dei bisogni concreti delle persone.
Una crescita esponenziale, del 699%. La quota indica quanti lavoratori in più in più hanno beneficiato dei piani di welfare aziendali nel periodo dal 2016 al 2026. Un dato che emerge dalla ricerca dell’Associazione Italiana Welfare Aziendale (Aiwa) – che riunisce le imprese del settore – e che è stata presentata il 1° luglio 2026 presso il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel). Come si spiega un tale boom? Il primo motivo è lampante. “I redditi italiani ristagnano da oltre trent’anni e solo adesso stanno ricominciando ad adeguarsi al costo della vita, con il rinnovo di alcuni tra i principali contratti collettivi” ha ricordato Emmanuele Massagli, consigliere Cnel e Presidente di Aiwa. Il welfare aziendale serve quindi a restituire potere d’acquisto ai dipendenti che arrancano dietro il caro vita. “È una risposta ai limiti del cuneo fiscale”. Ovvero la differenza tra costo totale del lavoro e stipendio netto. Uno scarto che è tuttora intorno al 45% e che spesso ostacola l’aumento dei salari, anche qualora ci fosse la volontà da parte dei datori di lavoro di potenziarli.

Tornando ancora ai numeri, si parla di 4 milioni di lavoratori in più beneficiari di welfare aziendale. E di una salita dei piani pari al +839%. Non è possibile che non ci sia dell’altro, è il ragionamento di Massagli: “Un’altra spiegazione è nella peculiarità del nostro modello, che si basa sulla funzione sociale assegnata al welfare aziendale: il motivo per cui lo Stato evita di zavorrarlo con le imposte”. Il Testo Unico delle Imposte sui Redditi prevede infatti che sia detassato e per questo nel tempo, assicura il consigliere, è diventato altro: “Una leva della gestione del personale e un attrezzo delle relazioni industriali”. Un modo, in sostanza, per rispondere alle esigenze dei lavoratori non attraverso pagamenti in moneta ma tramite servizi. Puntando su quel benessere della popolazione aziendale di cui tanto si parla e che con il welfare applicato dalle imprese i lavoratori toccano con mano. Con ricadute immediate anche sulla propria produttività.

Non potrà mai sostituire il primo pilastro 

Nel 2025 sono stati gestiti crediti welfare per un valore complessivo di 2,8 miliardi, secondo l’indagine presentata da Silvia Spattini del Centro Studi Aiwa. Se si guarda invece al valore complessivo dei piani welfare si sale a 3,2 miliardi. Valori comunque sottostimati: “Non si tiene conto ad esempio di previdenza e assistenza sanitaria contrattuale, più i buoni pasto: sommando tutto si arriverebbe almeno a 20 miliardi” ha detto Massagli. “Vuol dire in sostanza che non stavamo scherzando quando per primi abbiamo iniziato a parlare di welfare aziendale. Dopo un decennio possiamo dire che non si tratta più di qualcosa di estemporaneo ma di una dimensione della nostra economia”. Che non riguarda più soltanto le grandi imprese come all’inizio. “Adesso il welfare aziendale ha sfondato anche il muro delle micro imprese”. 

È successo perché lo Stato non arriva a coprire tutte le esigenze che i lavoratori manifestano. La promessa era: “Il Welfare State dalla culla alla tomba” ha proseguito Messagli. Ma non ce l’ha fatta. Di qui il rimbalzo sul welfare aziendale. Anche se il suo ammontare non potrà mai competere con quello decisamente più pesante dell’INPS, che rappresenta il primo pilastro del welfare: “Il bilancio che hanno presentato è da 430 miliardi, e non tiene conto dei costi della sanità”. Ma il meccanismo è pensato per essere tale. “Lo Stato ha chiesto alle imprese di provvedere al suo posto laddove non arrivava, e per ricompensarlo ha defiscalizzato”.

La fotografia odierna 

Adesso che è stato sdoganato in pieno i lavoratori cominciano davvero a usufruirne. Non è reddito puro ma qualcosa che gli somiglia molto. In media i servizi erogati dalle imprese corrispondo a cifre che oscillano dai 656 euro annui per la categoria degli operai ai 1.972 euro dei dirigenti. I primi sono quelli che hanno visto crescere di più gli importi: dal 2018 al 2025 i crediti sono schizzati dell’84%. Per gli impiegati si è passati da 538 euro a 879 (+63%). Per i quadri da 898 a 1.146 (+28%). Gli unici a calare i dirigenti: per loro la cifra è scesa da 2.596 a 1.972 euro (-24%).

I settori in testa alla crescita nell’erogazione di welfare aziendale sono per lo più metalmeccanico e servizi (+72%) e commercio e manifatturiero (+52 e +40%). Quanto alle misure più frequentemente utilizzate, sempre secondo l’indagine Aiwa, in testa si piazzano fringe benefit e buoni acquisto (96%). Seguono i servizi per l’infanzia, l’istruzione e l’educazione (80%). E poi cultura e sport (60%), assistenza sanitaria integrativa (48%), buoni pasto (44%), previdenza complementare e servizi per la genitorialità (24%). Infine trasporti, cura per non autosufficienti, smart working e conciliazione, rispettivamente al 16, 12 e 8%.

Cosa aspettarsi dal futuro

La domanda è adesso come il secondo pilastro del welfare, quello aziendale appunto, si modulerà in futuro. Una prima rivoluzione c’era stata nel 2016. In quell’occasione si era intervenuti in particolare sull’articolo 51 del Tuir e sulla tassazione sui premi di produzione limitandola al 10%, o riducendola a zero se il dipendente avesse scelto di convertire il premio in welfare. Adesso occorre un nuovo passo. Che è mettersi in ascolto della società di oggi: “Non di quella di 30 o 40 anni fa” ha rilanciato Messagli. Tanto per esemplificare: “Vanno considerati i carichi di cura dei propri colleghi, valorizzato il terzo settore, la mobilità sostenibile, la cura degli animali domestici, le spese d’affitto per gli studenti fuori sede perché possano prendere un titolo di studio terziario, le assicurazioni vita”. Sono solo esempi di beni e servizi che oggi non rientrano nel welfare. Ma che sarà invece sensato introdurre, a vantaggio di aziende e lavoratori insieme.

*Il seguente articolo è stato pubblicato su Paroledimanagement.it, il 9 luglio 2026

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