L’allarme nei dati dell’Inps. Massagli: “L’Italia cresce ma non basta: molte fragilità strutturali

da Lug 10, 2026Dicono di noi

di CLAUDIA MARIN*

Il professor Massagli: pesano il declino demografico e la stagnazione salariale “Bisogna costruire servizi pubblici e mercato del lavoro a misura di famiglia”. L’Italia cresce ma non basta: “Molte fragilità strutturali” “Il Rapporto fotografa un’Italia che cresce nei fondamentali economici, ma non corregge alcune fragilità strutturali”. È netto Emmanuele Massagli, professore dell’Università Lumsa, consigliere del Cnel e presidente di Aiwa e della Fondazione Tarantelli.


Quali sono le fragilità persistenti?

“La prima è il declino demografico, con conseguenze dirette su un welfare fondato sul lavoro e sui contributi. La seconda è il divario di genere: l’occupazione è a livelli record, trainata anche dal tempo indeterminato, ma il tasso femminile resta sotto la media europea. La terza è la stagnazione salariale , che riduce ricchezza diffusa e produce precarietà percepita anche con contratti stabili”. 

Partiamo dalla demografia. È solo un problema di nascite?

“No. Il declino demografico non riguarda soltanto la natalità biologica, cioè meno figli.
Riguarda anche la natalità economica: meno imprese, meno brevetti, meno fiducia nel futuro.
Sono crepe interdipendenti, soprattutto sul piano culturale.
La politica non può generare fiducia per legge, però può rendere più favorevole l’ambiente in cui famiglie e imprese decidono di rischiare”.

Che cosa significa, in concreto?

“Vuol dire costruire servizi pubblici e mercato del lavoro a misura di famiglia.
Va in questa direzione la certificazione per la conciliazione tra vita professionale e vita privata promossa dal ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità e incentivata dal decreto Primo Maggio.
Ora bisognerà valutarne gli effetti.
Le misure devono incidere sulla vita quotidiana, non soltanto trasferire risorse”.

C’è un nesso tra bassa occupazione femminile e denatalità?

“Sì, ma spesso viene letto al contrario. Le ricerche di economia del lavoro confermano che l’occupazione femminile è un traino, non un ostacolo, alla natalità. Lo stesso vale per i congedi di paternità: dove sono più diffusi, cresce anche il lavoro delle donne.
Eppure, restano differenziali occupazionali e salariali tra uomini e donne.
Questo divario non si colma con incentivi estemporanei”.

Che ruolo può avere il welfare aziendale?

“Un ruolo decisivo. Servono beni e servizi che permettano a donne e uomini di prendersi cura dei figli senza essere costretti a uscire a lungo dall’azienda.
Il welfare aziendale può ribaltare l’approccio tradizionale: non solo garanzia del posto e del reddito durante l’assenza, ma servizi pagati dal datore di lavoro perché sia possibile curare i bambini e rientrare senza rinunce forzate. Così diventa leva di produttività e coesione”. 

Veniamo ai salari. Il Rapporto Inps registra una ripresa?

“Sì. Le retribuzioni nominali sono aumentate, ma il potere d’acquisto reale è stato eroso dall’inflazione.
Grazie ai rinnovi contrattuali, però, i salari hanno ripreso a crescere: +3,6% nel 2025 sul 2024 e +14,5% rispetto al 2019.
Gli interventi fiscali su aliquote, detrazioni ed esenzioni hanno aiutato soprattutto i redditi bassi, cresciuti quanto l’inflazione, cioè del 19,2%. Non è accaduto lo stesso per il ceto medio”.

Quale strada indica?

“La speranza è che il Tec, il trattamento economico complessivo, diventi il parametro salariale di riferimento e che i recenti accordi tra sindacati e associazioni datoriali consentano alla contrattazione nazionale di recuperare il ruolo di autorità salariale contro l’inflazione.
Alla contrattazione decentrata e alla partecipazione spetta invece distribuire la produttività dove viene generata”.

*Il seguente articolo è stato pubblicato su Quotidiano.net, il 10 luglio 2026

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