Welfare aziendale, Massagli «Non può sostituire il salario Aggiornarlo ai nuovi bisogni»

da Set 21, 2026Dicono di noi

*di Beatrice Telesio di Toritto

In dieci anni il numero dei lavoratori coperti da piani di welfare aziendale è cresciuto del 699%, superando quota quattro milioni. Nel 2025 il valore complessivo dei piani gestiti ha oltrepassato i 3,2 miliardi di euro, senza considerare buoni pasto, previdenza complementare e assistenza sanitaria integrativa previste dai contratti. Numeri che raccontano uno strumento ormai entrato stabilmente nelle politiche delle imprese. Ma proprio mentre i salari restano uno dei nodi dell’economia italiana, il primo confine da tracciare è quello tra welfare e retribuzione.

«Il welfare aziendale non può essere sostitutivo del reddito, deve completarlo», chiarisce Emmanuel e Massagli, presidente di AIWA, l’Associazione italiana welfare aziendale. Negli ultimi anni, riconosce, imprese e sindacati lo hanno utilizzato anche per sostenere il potere d’acquisto, «dando qualcosa in più e abbattendo il costo per l’impresa». Una funzione che può avere senso, ma soltanto entro certi limiti: «Deve rimanere su cifre residuali, altrimenti salta il nostro sistema, che è basato sulla contribuzione».

Il punto, per Massagli, è recuperare la natura originaria dello strumento. Il modello italiano nasce infatti dalla possibilità di riconoscere ai lavoratori beni e servizi con una precisa finalità sociale – dalla previdenza complementare all’assistenza sanitaria, dalla cura dei figli a quella degli anziani – senza assoggettarli alla normale tassazione e contribuzione del reddito da lavoro.
È anche per questo che, avverte, welfare aziendale e fringe benefit non possono essere considerati sinonimi.

Se il principio resta lo stesso, sono però cambiati i bisogni. «Basta chiedere ai lavoratori», risponde Massagli quando gli si domanda come costruire piani più aderenti alla realtà. La normativa, del resto, si è già evoluta nel tempo: ha riconosciuto gli abbonamenti al trasporto pubblico, nuove forme di assistenza e servizi che decenni fa non erano neppure contemplati. Ora, sostiene AIWA, serve un nuovo aggiornamento.

È qui che entra anche il pet care. La cura degli animali domestici è, racconta Massagli, tra le richieste che arrivano con maggiore frequenza ai provider di welfare. Il tema non è equiparare gli animali ai figli o alle persone non autosufficienti, ma riconoscere che anche questa responsabilità incide sull’organizzazione e sulle spese quotidiane di milioni di persone.

AIWA propone per questo di inserire i servizi di pet care tra quelli riconosciuti dall’articolo 51, comma 2, del TUIR, insieme ad altri bisogni oggi rimasti fuori dal perimetro agevolato.

Gli esempi vanno dalla mobilità sostenibile al rimborso degli affitti per i figli che studiano fuori sede, dalle assicurazioni vita alla possibilità di cedere il credito welfare inutilizzato a un collega con maggiori esigenze di cura o al terzo settore. Personalizzare, però, non significa semplicemente consegnare una somma di denaro da spendere liberamente: «Più il welfare si appiattisce sulla moneta, più finirà per essere trattato come salario», avverte.

Da qui la richiesta di AIWA di tornare a intervenire sulla struttura della normativa. Dopo la riforma del 2016 e gli interventi degli anni successivi, dal Covid in poi l’attenzione si è concentrata soprattutto sulle soglie dei fringe benefit. Per Massagli ora servono due mosse parallele: rendere stabile la soglia dei mille euro e smettere di presentare ogni sua modifica come una riforma complessiva del welfare; allo stesso tempo, ampliare l’elenco dei beni e servizi con finalità sociale.

«La sperimentazione è finita», è il messaggio di AIWA. Il welfare aziendale è ormai una componente consolidata del rapporto tra imprese e lavoratori. La sfida, adesso, è aggiornarlo senza snaturarlo: riconoscere che cambiano famiglie, abitudini e responsabilità di cura, e fare in modo che anche gli strumenti a disposizione delle aziende riescano a cambiare insieme a loro.

*Il seguente articolo è stato pubblicato su Il Riformista, il 18 settembre 2026

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