Dopo il Welfare State è tempo di Mywelfare

da Set 25, 2019Dicono di noi, Rassegna Stampa

di Luisa Russo*

Per azzardare una sintesi della transizione in corso potremmo dire che stiamo passando dal Welfare State a un poliedrico Mywelfare.

Per Emmanuele Massagli, presidente di Aiwa (l’ Associazione del welfare aziendale) non si tratta solo di una necessità perché «non ci sono più soldi pubblici, sufficienti a dare risposta a tutti, ma soprattutto perché la domanda dei cittadini, lavoratori e famiglie, è cambiata, si è frammentata, differenziata».

La suggestione di un Mywelfare piace anche a chi, come Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza, sottoscrive la «necessità di una personalizzazione delle scelte di sanità e previdenza, soprattutto» pur all’ interno di una ottimizzazione collettiva.

MA NON È UN FAI-DA-TE

Chiariamo subito una possibile ambiguità: vagheggiare una qualche forma di Mywelfare radicalizzando un concetto più consolidato di Welfare Society, che si contrappone con meno scandalo al monolitico Welfare State nulla ha a che vedere con un (ahinoi!) molto praticato welfare-fai-da-te. L’ esempio più clamoroso è quello della salute. E ne parliamo nelle pagine successive. Oltre ai 112 miliardi spesi dal Sistema sanitario nazionale, gli italiani ogni anno fanno uscire dalle loro tasche altri 40 miliardi, per non aspettare i tempi di una mammografia, per ottenere un esame di laboratorio in tempi più rapidi, per una second opinion di fronte a scelte importanti. Che cos’ è questo se non una forma scomposta di Mywelfare? Di questi 40 miliardi solo una quota tra il 10 e il 20% è intermediata, cioè spesa attraverso soggetti compagnie di assicurazione o altre forme mutualistiche che sappiamo ottimizzarla. Che il nostro sia un Paese sotto-assicurato non lo ricorda solo con preziosa insistenza la presidente di Ania, Bianca Maria Farina, ma è un dato della realtà, di cui sarebbe bene non vantarsi. L’ intermediazione tanto reietta al tempo dei social e del web ritorna come una necessità di aiuto e di ottimizzazione quando si tratta di comprare servizi essenziali per la persona.

BADANTI E ANZIANI

E il ricorso al sistema badanti per far fronte alle esigenze di assistenza domiciliare di tanti anziani, che cos’ è se non una forma di privatizzazione familiare del welfare? Welfare integrativo, polverizzato, mal gestito; ma una chiara emergenza di una necessità di Mywelfare. Così come il ruolo svolto dal caleidoscopico mondo del Terzo settore. I servizi offerti dalle cooperative sociali, per lo più attraverso gli enti pubblici territoriali, costituiscono un altro pezzo di una rete solo apparentemente invisibile, ma che sostiene e protegge le comunità del Paese, ben oltre il perimetro tracciato dalla classica forma di protezione sociale, fatta di previdenza, sanità e assistenza. Peraltro nessuno dei tre pilastri appena rammentati offrono quello che promettono, o promettevano.

I CONSULENTI DEL LAVORO

Non a caso anche i soggetti del Terzo settore stanno diventando interlocutori utili anche al sistema del welfare aziendale. Soprattutto nell’ orizzonte delle Piccole e medie imprese, dove peraltro si integrano sia le suggestioni promosse dai grandi player come Generali, con il suo rapporto Welfare Index Pmi, sia il contributo dell’ esercito dei 27 mila consulenti del lavoro, che come ricorda Giovanni Marcantonio, consigliere nazionale dell’ ordine dei consulenti del lavoro e responsabile welfare «riescono a sintetizzare le competenze fiscali, di diritto del lavoro, di gestione organizzativa che servono per maneggiare al meglio i temi del welfare in azienda». I consulenti del lavoro offrono alle loro Pmi e agli 8 milioni di lavoratori di queste dipendenti – la piattaforma gratuita di Sodexho, per scegliere e acquisire benefit.

ASCOLTARE I LAVORATORI

Anche il welfare aziendale risponde all’ esigenza di un rinnovato orizzonte di Mywelfare. «Il welfare aziendale è quello che si costruisce attorno alla macchinetta del caffè, ascoltando i lavoratori e i loro bisogni, prima di scegliere nel catalogo offerto dai provider»: c’ è un pizzico di polemica nelle parole di Gigi Petteni, sindacalista che insegue il valore della contrattazione e del negoziato, da sempre; già segretario confederale Cisl, oggi presidente del patronato Inas-Cisl. Esperto di welfare sul campo, in azienda e nelle organizzazioni sindacali, anche e soprattutto con i colleghi sindacalisti che guardano al welfare aziendale con il ciglio alzato. «Il patronato è costruttore di welfare, la società di coesione nasce applicando i diritti che ci sono e trovando le risposte migliori alle nuove forme del bisogno – continua Petteni ma insieme, per dare risposte migliori alle domande individuali». Individuale ma anche collettivo, pubblico ma anche privato. La realtà dei bisogni procede secondo percorsi imprevedibili. Come diceva Eduardo Galeano: «Quando penso di avere tutte le risposte, mi accorgo che mi hanno cambiato le domande».

SUSSIDIARIETÀ E MUTUALISMO

Nel sistema del welfare, della protezione sociale – ormai del nuovo e più largo perimetro del benessere personale e familiare, a casa e sul posto di lavoro – riemergono vecchie parole che sembravano da archiviare e che invece rilanciano tutta la loro moderna contemporaneità. E’ la ricetta della sussidiarietà e del mutualismo, che ritornano a rivendicare l’ efficacia della loro proposizione: chiamiamola flessibilità, chiamiamola personalizzazione. La ricerca della migliore soluzione per me, il Mywelfare, non può che transitare nella mediazione efficiente e nella soluzione collettiva più efficace. E’ il privato, bellezza! Che ritorna a integrare, migliorare, cambiare il perimetro irrigidito e scarnificato del pubblico

 

*Il seguente articolo è stato pubblicato su Ilmessaggero.it, il 25 settembre 2019

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