«Precedenza ai temi sociali» Massagli: «Serve un ulteriore passo verso la comunità e il territorio»

da | Gen 19, 2018 | Dicono di noi, Rassegna Stampa

di Giulia Cazzaniga*

Dalle società che si occupano della gestione della ristorazione e dei buoni pasto, a quelle che provengono dal mondo del brokeraggio assicurativo, fino ai cosiddetti piattaformisti, le realtà nate attorno al software di gestione delle piattaforme: l’Associazione italiana welfare aziendale, ci spiega il presidente Emmanuele Massagli, rappresenta oggi oltre l’80% dei soggetti dedicati a un mercato in continua crescita. «Il nostro intento è fare cultura sul welfare aziendale, spiegare come possa essere utilizzato, perché acquisti sempre più valore. E ci proponiamo di interloquire con il legislatore e tutti i soggetti coinvolti, sindacati e associazioni datoriali».

L’anno appena iniziato è l’anno della svolta? L’eccezione diventa norma?

«Lo spartiacque è la legge di Stabilità del 2016. In questi due anni i piani di welfare si sono almeno decuplicati. Gli interventi normativi hanno liberato una serie di misure che gli im- prenditori avrebbero voluto mettere in atto, ma non potevano farlo principalmente per la scarsa convenienza fiscale».

Le piccole e medie imprese sono coinvolte allo stesso modo delle grandi?

«Che in azienda siano assunte due o duemila persone, il trattamento fiscale è il medesimo. Una criticità per le più piccole può essere l’aggiornamento sulla normativa dei consulenti o, se non esistono, della parte amministrativa e le economie di scala. Se la multinazionale decide per un piano di acquisto del carrello della spesa, potrebbe ottenere maggiori sconti e attenzione dalla grande distribuzione, ad esempio. Per le grandi il welfare aziendale è anche strumento di marketing: comunica valore e contenuto».

Dal 2016 alla legge di bilancio 2018: che giudizio per le norme messe in campo?

«Gli interventi sono stati progressivi e rilevanti. Da quest’anno l’abbonamento ai trasporti pubblici è diventato un compenso esentasse e decontribuito: il datore di lavoro può decidere di erogarlo unilateralmente o contrattualmente. Si tratta di un benefit che pesa in modo significativo sul reddito dei dipendenti. In generale sono stati tutti interventi positivi: chi ha scritto le leggi ha avuto l’intelligenza di ascoltare aziende, parti sociali, associazioni come la nostra e leggere una realtà che già esisteva. Dovessi registrare una nota negativa: la norma nel tempo si è stratificata; vedo in futuro la possibilità di razionalizzarla in una sorta di testo unico che sia finalmente chiaro anche in tutte le interpretazioni».

E se dovesse proporre un intervento migliorativo dove guarderebbe?

«Il legislatore con l’espansione delle norme ha compreso che il welfare non è solo per il dipendente, ma anche per i famigliari. Non si tratta quindi di un diritto soltanto soggettivo. Serve ora un ulteriore passo, quello verso la comunità e il territorio. Non appena sarà possibile avere un’interlocuzione politica, Aiwa ha già studiato le norme che potrebbero rendere possibile questa ulteriore evoluzione sociale». Come? «Ferma restando la scelta del dipendente, riteniamo che avrebbe ricadute estremamente positive rendere possibile la destinazione del proprio residuo del piano di welfare alle associazioni del terzo settore o anche la cessione a persone che ne hanno bisogno, in primis i colleghi con particolari bisogni sociali. La strada è la stessa del cinque per mille, che permette la destinazione di parte delle proprie tasse alle onlus; allo stesso modo si replicherebbe il meccanismo di cessione di ferie e permessi approvato con il Jobs Act. È già possibile in altri ambiti, perché non permetterlo anche nel welfare aziendale?». Emmanuele Massagli [us]

«Le più recenti normative hanno aiutato le aziende a sistematizzare interventi che già avevano messo in campo e ad ampliare lo spettro di servizi che si possono offrire. Il beneficio fiscale aiuta sicuramente: a parità di costo riusciamo ad erogare più iniziative in un contesto di tassazione particolarmente alta sul lavoro. Il welfare è però soprattutto uno strumento vincente sia per il datore di lavoro sia per il dipendente, il quale partecipa, sente che l’azienda si interessa a lui e – come dimostrano numerosi studi – è anche più produttivo. Crediamo che il welfare aziendale sia un investimento a ritorno positivo e i risultati ce lo confermano: il nostro livello di engagement interno è dell’82%, superiore di sei punti rispetto ai parametri di mercato».

Avete messo in campo un programma molto ampio. Quali sono i servizi maggiormente apprezzati e quali i più innovativi?

«Attualmente la nostra offerta di welfare è composta da oltre 70 benefit tra contrattuali e non: dalle coperture assicurative per la salute, al sostegno alla maternità, fino ai programmi per tenersi in forma e a modalità di lavoro più flessibili e agili. Abbiamo costruito un sistema di welfare capillare che si rivolge a oltre 15mila persone Gianluca Perin [us]

«Esatto. Il nostro obiettivo è personalizzare al massimo gli interventi. Lo smartworking, ad esempio, non è esattamente un benefit, ma rientra in questo approccio verso la soddisfazione del dipendente: la flessibilità dell’orario è molto apprezzata, soprattutto dai più giovani. Molti servizi del nostro pacchetto di welfare – infermeria, telemedicina, temporary shop ,ma anche sostegno all’acquisto della prima casa – sono nati da progetti pensati e sviluppati dai nostri dipendenti».

La chiave per fare le cose al meglio qual è dal suo osservatorio? Le grandi aziende hanno una marcia in più?

«Il nostro rapporto sulle piccole e medie imprese dimostra invece che – a parità di norme ogni azienda ha la possibilità di essere un modello per le altre: stiamo incontrando esperienze davvero straordinarie, che rendono evidente come il welfare aziendale sia parte della cultura imprenditoriale italiana. Non serve spendere in consulenze: il metodo che noi seguiamo è l’ascolto dei nostri collaboratori. Basta anche qualcosa di semplice, come i parcheggi dedicati alle future e neo-mamme, per migliorare il clima in ufficio».

*Il seguente articolo è stato pubblicato su Libero Quotidiano, il 19 gennaio 2018

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